UN DISCRETO DISASTRO
fuori luogo sempre e dovunque
Mentre sciorinava la sua esistenza, con quell’aria testosteronica da dopobarba anni ’80, pensavo alla noia delle vite altrui. Ci convinciamo sempre che gli altri abbiano avuto destini straordinari solo perché li raccontano con sicurezza — che siano veri o inventati, poi, è impossibile dirlo - anche se coi barbieri una risposta l’avrei. E invece, appena gratti la superficie, scopri che tutti annaspiamo nella stessa banalità, soggetti alle stesse dinamiche, identiche in ogni angolo del pianeta: monotone, prevedibili, terribilmente normali.
Le forbici sferragliavano dietro le orecchie: un ronzio metallico, quasi ipnotico. Chiudevo gli occhi — senza occhiali non avevo molto da guardare in giro — e provavo a fingermi assorto, tanto parlava solo lui. «Eh, vado in palestra… sono un uomo tutto d’un pezzo, guarda che muscoli. Mica come sti cazzo di immigrati debosciati che ci rubano i soldi.» Un secondo di silenzio. Aprii gli occhi, sperando di aver capito male. Macché. Avevo capito benissimo. All’inizio abbozzavo — il barbiere pelato aveva pur sempre le forbici al collo, il mio collo — e mi limitavo, da buon piemontese, a un «ehhh», «sarà», «mahhh». Ma lui rilanciò, sempre più convinto, e a quel punto non potevo più tacere. Partii piano, cercando di non dirgli che era un vecchio rincoglionito razzista: «Guardi che io sono stato un immigrato per anni.» Cercavo di spostare il discorso su di me, senza attaccare lui direttamente. «Ho provato sulla pelle gli stereotipi. In Nord America, da italiano, non si fidavano: trovavo lavoro a fatica. In Inghilterra dovevo dimostrare il doppio degli altri.» Fiato sprecato ovviamente, il suo monologo era un fiume in piena.
Provai ancora a ribattere che «tutta l’edilizia a Milano è in mano agli extracomunitari, che il cognome più diffuso in città è Wu, e che ormai tutte le pizzerie buone sono egiziane». Gelo. Solo il fruscio delle forbici che sfoltivano, ostinato. Per lui, nessuno al mondo aveva faticato quanto aveva faticato lui. Gli immigrati rubavano tutto, erano scansafatiche, ingrati: sempre lo stesso disco rotto, una canzone brutta che non finiva mai. Mentre il teatrino andava avanti, pensavo che il paffuto marchigiano fosse solo un vecchio rincitrullito che legge troppi giornali di ultra destra: noioso, privo di autocoscienza, tutto sommato innocuo. Solo spaventato, e con un’evidente mancanza di strumenti cognitivi.
Ovviamente mi sbagliavo.
“Uè Roccooo!” — sembra assurdo ma le caricature viventi dei milanesi esistono e questo, rimasto in PTSD dopo la morte di Berlusconi, entrò nel negozio con l’entusiasmo di chi negli anni ’80 non aveva la pancia e scopava ancora: “Come vengono bene i lavori!” sparò subito, senza neanche guardarsi intorno. L’André Agassi di Porta Venezia non aspettava altro che un complimento. Gonfiava il petto come se mi stesse servendo una battuta, e intanto raccontava di come avrebbe reso il negozio una meraviglia: una bella tenda parasole, due adesivi di forbici e pettine, e la scritta in vetrina Barbiere da Uomo.
E lì, dal nulla, la macchietta milanese: «Eh, ma perché non ci metti una bella faccia del Duce in vetrina, scusa?» Così. Stop. Senza preavviso. Senza battere ciglio. La mia mascella fece plof, come in un cartone animato. Il barbiere, serissimo: «Eh guarda, ci avevo pensato. A Brescia c’è un collega che ha un busto di Mussolini in vetrina. Bellissimo.» Lì ho capito tre cose. Uno: ormai in Italia le idee di design si prendono da Brescia. Due: la situazione stava sfuggendo di mano. Tre: il barbiere con le forbici all’altezza della mia giugulare era un fascista. A quel punto si ricordarono di me. Li guardai nello specchio, loro guardarono me: sembrava una scena di Sergio Leone senza Morricone. Silenzio totale, fino a che non entrò un cliente: «Buongiorno, si accomodi.»
Uscito dal negozio un muratore nigeriano martellava l’asfalto in un cantiere per un nuovo grattacielo, e io pensai proprio al suicidio commerciale di mettere un pelato nella vetrina di un barbiere.
capitolo 1:
Il barbiere di Predappio
Non sapevo che sarebbe finita così male, perché, in verità, credevo a quella giornata: era partita bene. La mattina, infatti, avevo mangiato il miglior panino con tonno e fontina della mia vita. Quattro euro, grande come la mia faccia — che è piuttosto larga, devo dire. Non contento, mi ero pure bevuto un bianchino bello fresco. Mi trovavo in un bar nella periferia di Milano: bancone di legno, corrimano d’ottone, pavimenti di marmo verde scuro, una piccola zona tabacchi — il genere di posti che amo. Ai tavolini, una flora piacevole e innocua composta da sciure cotonate alle prese con acque brillanti sgasate, anziani in bretelle che giocavano a ramino, lavoratori in pausa caffè. All’entrata, un portacenere della Cinzano pieno di sigarette fumate a metà — tutte da un sudato cameriere di due metri, con un lungo pelo bianco che gli sbucava dalla narice sinistra.
Era il mio primo panino in Italia dopo quindici anni all’estero, e me lo stavo godendo come se fosse l’ultimo. Accanto a me, due ragazze ridevano guardando TikTok a botte di dieci secondi a video: ora un gattino; ora un parrucchiere; un balletto; una ricetta. Alcuni muratori slavi si stavano prendendo una pausa, fumando una siga con le mani bianche di calce nel dehors. Preso ingiustificatamente bene per questo nuovo capitolo della mia vita, di prima mattina avevo corso per le strade della periferia dove ero ospite da amici. Nonostante l’aria sapesse di copertoni bruciati, tutto quel moto intorno a una fabbrica abbandonata e scassata mi aveva messo fame, e mi ero fermato in quel bar per mangiare prima di andare all’anagrafe in centro.
Lì mi ero visto riflesso nella vetrina di un negozio e avevo notato la mia calvizie insicura: ero infatti calvo e con i capelli lunghi allo stesso tempo. Ero stato così preso dal trasloco da non accorgermi di essermi trasformato in Krusty il Clown. Mi aggiravo inutilmente in un quartiere-ristorante del centro, in cerca di scorci di vita normale: una lampadina, un negozio di lavatrici che non fosse una catena, un tabaccaio, una merceria per i calzini. E soprattutto un barbiere. Non un salone pettinato — per rasarmi ci vogliono sei minuti netti. Volevo un normalissimo barbiere da uomo, magari egiziano o magrebino.
Eccolo lì, “Forbici e Pettine”. Non il barbiere nordafricano che mi ero immaginato — quella figura rassicurante da rasatura rapida e zero chiacchiere— bensì un paonazzo marchigiano dalle pieghe di grasso tra capo e collo: «Mi deve scusare, sto rimettendo a posto il negozio. Si accomodi pure», fece lui un po’ istrionico. «Ci mancherebbe», dissi, già intuendo che mi sarei seduto non tanto sulla poltrona, quanto alla visione del suo docu-fiction. Non so perché i barbieri anziani italiani debbano squadernare tutti i dettagli della loro avventurosa vita. Un archetipo antropologico, quello del barbiere che mitizza il proprio racconto- perennemente sospeso tra realtà e balle da bar. Questo non era da meno: diventato tennista in età pensionabile, aveva vinto tutti i tornei del quartiere, anche in doppio con la moglie «Una bellezza, una campionessa… la terza sorella Williams» Si era fatto da solo e, a suo dire, aveva pure fatto la barba a Craxi una volta «bravo eh, ma mai quanto Silvio, che maschio che era». E naturalmente la parte immobiliare, imprescindibile in queste narrazioni di self-made barbieri milanese: «Ho comprato le case qui a Porta Venezia, dopo anni e anni di lavoro duro», disse. Le case. Già. Plurale
Lo sportivo teneva banco: “L’ennesima copertina inutile,” diceva. “Il dipartimento grafico ce l’ha mandata. L’avete vista? Quando faranno grafiche decenti?” Sembravano felici del loro status di giovani intellettuali. Due avevano la fede al dito. “Stavo leggendo questo romanzo degli anni ’80,” diceva uno calvo con addosso un paio di Doc Martens ciliegia che lo facevano sembrare un po’ un pagliaccio, “un libro sull’angoscia, nonostante il titolo divertente. Dovremmo rimetterlo in circolo: è molto contemporaneo. Con il placement giusto sui social lo vendiamo bene, chissà chi ha i diritti.” Il terzo — barba ramata, Barbaresco nel bicchiere — disse: “C’è quel tizio che continua a stressarmi per un lavoro. Non so chi sia e non so più come dirglielo che non c’è lavoro in editoria, eppure continua a fare pressing,” aggiunse, annusando il bicchiere. “Ero con mia moglie in montagna questo weekend e questo qui continuava a mandarmi messaggi su WhatsApp per fare il simpatico.” Lo sportivo intanto ordinava una bottiglia di Nuits-Saint-Georges (cosa che fece alzare un sopracciglio a Samir) — “questa la dividiamo, eh” — con l’innocente convinzione che dividere un Nuits-Saint-Georges fosse un gesto proletario. “Eh sì,” commentava quello dalle scarpe ciliegia, “anche a me è capitato che una tizia mi chiedesse aiuto per trovare lavoro. Ma non capiscono che non ci sono più soldi. L’editoria è morta. Siamo tutti con le pezze al culo.” Mi ricordavano un giornalista che avevo conosciuto a Roma, uno che passava le giornate a sconsigliare a chiunque di fare carriera nel giornalismo, perché “tanto è tutto marcio, credimi, tutto.” Seduti a un tavolino di un caffè in centro, un pomeriggio qualunque, si era messo a fare l’apologia del lavoro di sala: quanto fosse nobile servire ai tavoli, quanto fosse umano, caloroso, un mestiere “che ti rimette al mondo.” Io, ingenuo, gli avevo chiesto allora perché non lo facesse anche lui, questo mestiere così nobile. Lui aveva riso fortissimo, quasi si era fermato in mezzo alla strada: “Seeee… te pare che vado a portàaatavola?”
Samir sembrava un gatto: riusciva a dire più parole con gli occhi che con le labbra. Mi era bastato guardare le sue pupille roteare sotto le palpebre a mezz’asta per scoppiare a ridere. Dei gatti aveva anche la capacità di stare rannicchiato, immobile, per ore, purché avesse una bottiglia di vino in mano.
Finite le bollicine umbre ce ne saremmo bevute altre tre, perché, come ha sempre detto mio fratello, “come si fa a berne solo una?”, invece mi ero fiondato al supermercato per comprare qualcosa da cucinare. Peccato che a quell’ora sembrasse la sala comune della clinica di Qualcuno volò sul nido del cuculo: carrelli spinti da bambini urlanti, mamme e papà al cellulare piantati in mezzo alle corsie, anziani alla moviola che pagavano con le monetine, single depressi che prendevano qualcosa di congelato, tutti che camminavano a zig-zag e si mandavano vocali su WhatsApp condividendo fatti privati con tutto il supermercato. Mancava solo, per rendere tutto più simpatico, che qualcuno iniziasse a battere due piatti come tamburi, tipo l’intro del Dies Irae di Verdi.
Il tutto accompagnato da una colonna sonora, come al solito in Italia, orribile: band che all’estero non si fila nessuno ma che qui diventano famose per misteriosi motivi nazionali (sospetto un pessimo gusto generale). Roba tipo i Coldplay o Anastacia, per intenderci. Pensavo di comprarmi delle scaloppine da cucinare con un’insalatina — sano, economico, semplice. Ero stato vegetariano per qualche anno, ma avevo deciso che, tanto, con la terza guerra mondiale alle porte, presto avremmo mangiato solo cavoli e patate radioattivi per chissà quanti anni. Dunque, finché potevo, avrei mangiato ogni singolo essere vivente di questo mondo, insetti compresi. Al solito, le due cassiere parlavano male dei loro capi come se nessun cliente fosse in coda, ma — altro fatto piuttosto comune — solo una lavorava. L’altra, non si capisce bene perché, se ne stava lì al cellulare davanti a una lunga fila di clienti. Davanti a me, due bellissime ragazze del nord Europa osservavano la scena come se fossero appena atterrate da Marte. Erano alte, bionde, esattamente come ci si aspetta che siano due modelle in città per la settimana della moda — con un che di ieratico, ma tutto sommato simpatiche.
La fila procedeva lenta, inesorabile, funerea. Pip, pip, pip facevano i prodotti sullo scanner: un elettrocardiografo pronto ad annunciare la nostra morte per noia. Poi, finalmente, la seconda cassiera decise di aprire la cassa, che però ci mise un po’ a entrare in funzione: “Devo riavviare, eh, scusate, non mi stressate, Madonna santa, un attimo eh per piacere” Piano, tutto pianissimo, con le sue unghie perfettamente curate e quel delizioso tatuaggio del rossetto intorno alle labbra.
E lì, la zampata del leone meneghino: il classico sessantenne col mocassino e il piumino Moncler. Col passo sicuro di chi considera il proprio SUV un’estensione fallica, si infilò davanti a me in coda. Così, come se fossi invisibile. Io lo guardai. Lui finse di non vedermi. “Mi scusi, la coda è una”, gli dissi, con una finta calma artificiale tipo Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia. Si girò, mi guardò come si guarda un piccione che ti ha appena cagato sul cappotto, e rispose: “Uè, calmati, ciccio, c’ero prima io.” “Quando aprono più casse, si rispetta l’ordine,” insistetti, sempre con quella voce un po’ sussurrata da serial killer. Mi guardò come se fossi un fattorino che aveva osato pronunciare la parola “diritti”. Lo sentii ribollire e gli vidi scritta negli occhi la classica frase "Lei non sa chi sono io”. Lui bofonchiò qualcosa e lanciò la bomba finale: “Ma vai a lavorare, barbone.” Con la mia scaloppina e i miei cento chili lo guardai e non riuscii a rispondere nulla - non sono mai stato uno in grado di affrontare una diatriba pubblica vincendo, di solito mi agito, mi batte il cuore forte e non riesco a rispondere niente di intelligente. Per cui stetti zitto con la bocca spalancata mentre il sessantenne si allontanò, trionfante come Napoleone dopo la spesa al supermercato di quartiere. Lo vidi salire su uno scooter a tre ruote e capii che la sua autostima derivava dall’insicurezza - cosa che bastò a calmarmi. L’idea di uno scooter è che sia agile, invece c'è chi ha deciso di mettere tre ruote ad un divano e guidarlo nel traffico di Milano.
capitolo 2
Lotta di classe da passeggio
“Vabbè, due bolle dai, che vuoi che sia.” Samir mi aveva offerto una bottiglia di vino umbro. “Tanto sei già brillo,” disse, scuotendo la testa a destra e a sinistra e muovendo quelle sue mani morbidissime con una nonchalance quasi coreografica. Quel pomeriggio eravamo stati a una fiera del vino fuori Milano e — non contenti — volevamo bere ancora, come se quell’alcol in più potesse davvero anestetizzare la sensazione cronica di vivere a Milano: siccome la terapia costava troppo, noi potevamo solo bere, per poi piangere da ubriachi.
Si era fatto due canne — un’abitudine che non aveva mai perso — e ora aveva in faccia quel sorriso un po’ mistico tipico di chi fuma hashish. Con i suoi occhi a palla e i capelli grigi sembrava uno di quei guru che compaiono su YouTube da una spiaggia di Goa. Di solito, tra l’altro, questi mistici sono occidentali che vanno in India a fare yoga senza capirlo davvero, con rituali composti da: i) tappetino eco-friendly, ii) pantaloncini da 120 euro, iii) bottiglia d’acqua riciclata, iv) un matcha alla fine per sentirsi illuminati. Samir, invece, indiano lo era davvero (anche se cresciuto prima in Qatar e poi a Milano fin dall’adolescenza), ma di spiritualità non gli importava assolutamente nulla. O meglio: se consideriamo un sommelier un venditore di spiriti, allora sì, il titolo gli calzava. Per tutto il resto — mantra, chakra, vibrazioni cosmiche — era meglio non chiedere a lui: “tanto, oggi, gli indiani, se potessero, ci farebbero dei parcheggi al posto dei templi.”
“Cantine Corretti” era uno di quei bar alla moda che spuntano nei quartieri multietnici già perfettamente vivi e autosufficienti prima del loro arrivo; luoghi che entrano in scena con la grazia di qualcuno che si presenta a una festa già avviata e pretende comunque di cambiare la musica. Il risultato era un flusso continuo di donne di una certa età con occhialoni Prada, millennials che ancora pensano di avere vent’anni, cuochi tamarrissimi con tatuaggi in faccia, camerieri strafatti e gli immancabili intellettuali da bar, quelli che si portano il libro da casa.
Nei bar io finisco sempre a fare scorpacciate di gente, l’unico sport in cui mi sento davvero competitivo. Come cammina quello — un misto tra “ho mal di schiena” e “sono importante”. Come gesticola quella, come mai si tocca i capelli, perché guarda tutti con sdegno; come mastica quel tizio — incredibile quanta gente mastichi con la bocca aperta, nonostante sia di solito la prima regola di buona educazione che viene impartita. E poi, soprattutto, cerco la risposta alla domanda che mi perseguita da quando sono tornato a vivere a Milano: perché gli uomini italiani indossano quei braccialetti tipo festival, collezionati negli anni come un album di figurine, e li tengono su fino ai cinquanta e passa? Cos’è, una forma di nostalgia? Un trofeo? Un modo per dire “una volta uscivo, giuro”? Nessuno lo sa. Di solito questi braccialetti da festival accompagnano quelli da monaci buddisti e codini improponibili.
Nonostante quell’aria un po’ sciattona — il legno grezzo, le sedie spaiate che sembravano prese dai marciapiedi, gli specchi finto antichi e un’orribile cassapanca da asilo usata come tavolo, che procurava mal di schiena a tutti i clienti — il bar costava come una gioielleria. E lo staff si comportava come se avesse personalmente spremuto, tra pollice e indice, ogni singolo acino d’uva in quelle bottiglie di vino, così, giusto per mettere i clienti a proprio agio e dare un tocco di calma all’ambiente. Qualche giorno prima ero entrato per chiedere un Campari Soda, l’unico alcolico che si può bere prima di pranzo, e mi avevano praticamente cacciato: “Non lo serviamo. Non vede che siamo una vineria?” aveva detto un ragazzo alto e bidimensionale dietro il bancone. (Devo dire, a sua discolpa, che noi piemontesi abbiamo una soglia della maleducazione calibrata in modo così rigido che non solo è più alta della media nazionale, ma intere culture non considererebbero certi comportamenti neppure lontanamente scortesi. È una forma di snobismo emotivo, suppongo; un talento naturale nello stilare elenchi mentali di tutte le offese ricevute dal 1983 a oggi.) Due persone normali non sarebbero entrate da Cantine Corretti, ma un po’ di masochismo cittadino ci imponeva di andarci, per poi potercene lamentare con calma.
Samir era sposato con Francesca, anche lei sommelier, con cui viveva a Dergano, quartiere nella zona nord di Milano. Avevo provato una specie di attrazione per lui anni prima, ma la cosa si era rientrata e consolidata in una solida amicizia — con la moglie che comprensibilmente non approvava troppo questa nostra vicinanza, sebbene l’idea di andare a letto insieme fosse ormai impensabile.
Un gruppo di tre quarantenni entrò in vineria e si piantò davanti a noi senza nemmeno notarci. Uno di loro aveva quella postura elegante tipica di chi da ragazzo ha fatto uno sport “vero” — non il calcio o la pallavolo, ma una di quelle discipline che comportano allenatori crudeli e brutti trofei impolverati dimenticati in salotto, tipo equitazione, scherma o canottaggio. Discutendo tra loro con entusiasmo, si ordinarono una bottiglia di Barbaresco.
capitolo 3
Un caffè in prigione
L’appuntamento era alle cinque in punto, in una nuova caffetteria in centro. Pioveva come ormai capita: monsonicamente, con secchiate d’acqua tiepida anche a dicembre. Dovevo recensire un nuovo locale per un quotidiano e fare un po’ di salotto nella Milano alla naftalina. «Perché tanto che cazzo c’hai da fa’?», aveva aggiunto, con il suo solito aplomb, la mia caporedattrice.
Fiamma, questo il suo nome, lavorava da Viterbo perché «possiamo lavorà in remoto, no? E allora io me ne sto qui, mica ce vengo a Milano che me se arricciano i capelli», lisciandosi quel nero assoluto che aveva in testa. Si rollava una sigaretta dopo l’altra: «Tanto siamo su Zoom, mica te fumo in faccia, cojone», e mentre lo diceva sprigionava puro e primordiale caos. Tutto, infatti, in Fiamma era caotico. Iniziava una frase e non la portava a termine, cambiava discorso senza alcun collegamento logico, piangeva al secondo Prosecco, accendeva sigarette che poi dimenticava in giro, comprava due caffè lunghi con un cornetto per cena e mi metteva sempre in attesa al telefono perché «uh, me chiama l’editore, aspè… magari me licenzia, ce pensi».
Anche nella gestione dei suoi effetti personali Fiamma sprigionava confusione. Dalla telecamera del telefonino — o del computer, dipendeva dal giorno e dal livello di disperazione — riuscivo a vedere distintamente posaceneri con mezze cicche fumate, tazze disseminate per la casa (una dietro la sedia, una a fianco al computer, una vicino alla porta-finestra; e queste erano solo quelle che riuscivo a vedere io dallo schermo: Dio solo conosce le infinite possibilità del caos di Fiamma e il mare di tazze in quel salotto — isolati tentativi di tisane per raggiungere un agognato e inaccessibile ordine). E poi i vestiti, detonati ovunque: pantaloni per terra, camicette appese a ogni sedia, calzini ad asciugare sui termosifoni. Ne ero ovviamente ossessionato. Un’icona gay tutta per me, sempre a portata di mano.
All’entrata della caffetteria una decina di influencer scattava foto e registrava dirette online: tanti piccoli fenicotteri rosa in uno stagno, che muovevano la testa a scatti, chiamandosi con nomignoli come “Pippi” e “Darling”. Gente che dice schifezze come «cringiata», che usa una parola inglese ogni due in italiano, ma poi, se deve parlarlo davvero, questo benedetto inglese suona come quello di un qualunque politico italiano all’estero: incapace perfino di chiedere dov’è il bagno.
Alcune sciure facevano gruppo da una parte, compatte, tipo avanguardia romana nel De Bello Gallico di Cesare — però senza eroismo, solo troppo Chanel e pellicce vere. Non ne vedevo una di astrakan dai tempi di mia nonna, che dentro quel montone nero e unticcio sembrava un monatto. Si congratulavano tra loro per essere lì: un traguardo genetico, per alcune.
«Lei sarebbe?», mi disse una giornalista con fare annoiato. «Non l’ho mai vista qui».
«Salve, sì, sono nuovo da ’ste parti», cercando di essere cortese. «Anche a me piace il caffè, sa? Pensi che una volta in Venezuela ho scoperto delle bacche che…». Sciocco io che ho pensato che parlare di bevande calde in una caffetteria fosse quantomeno pertinente.
«Sì, ok, ma dove vive a Milano? È sposato?», mi interruppe, per poi andarsene completamente disinteressata alla mia risposta. «Amore, ciao, come sta tuo marito…», inglobata dalle prime linee romane.
Intanto, le influencer, categoria che conoscevo di fama ma che non avevo mai visto all’opera, erano intente a parlare solo di se stesse. Mi aveva stupito questo modo di lavorare: sciocco io che editavo i miei pensieri scrivendo quel che avrei visto. Stupido me che avevo portato un quaderno, una penna, un registratore e una fotocamera. Tanto ormai basta un telefono puntato su se stessi per raccontare il mondo.
«Oh my God, guys», diceva una, «questa caffetteria è soooo cuuuuteeee», puntandosi il telefono in faccia. Non capivo come i follower potessero vedere qualcosa di sto benedetto bar al di fuori dei punti neri sul naso del fenicottero.
Ci fecero accomodare nella sala dei dolci. Il nome prometteva molto più di quanto in realtà offrisse: spessi velluti verdi, specchi ovunque, un odore di fiori lievemente marci e luci da dark room. I pasticcini, però, profumavano sorprendentemente di buono: di burro, di zucchero, di farina — tanto che ero all’improvviso piccolo, in campagna, con mia nonna mentre preparava la crostata di albicocche.
Seduti al tavolo, una signora a fianco a me, con l’aria di chi stesse per darmi un biglietto da visita, disse: «Patrizia», allungando la lunga mano come un prete che aspetta di essere baciato sull’anello. «Non le dico il mio cognome. Sono una giornalista famosa».
«Piacere», risposi.
Lei fece un cenno vago, come se salutare fosse un gesto plebeo. «Milano ha bisogno di posti come questo», disse, «luoghi dove si ritrova la gente perbene. Mio marito è nel business del real estate internazionale, sa?», scandendo bene quell’internazzionaaale.
Il barista non aveva nemmeno iniziato a spiegarci il caffè che avremmo bevuto — arrivato direttamente dal Centro America, secondo i tagliandini informativi lasciati sui tavoli — che la pseudo-contessa alla mia destra prese un pasticcino con le sue dita infinite, abituate, immaginavo, a puntare le scarpe o a dire di no ai poveri. Lo studiò come se stesse valutando un’opera d’arte e, senza il minimo imbarazzo, con una velocità nascosta fino a quel momento, lo avvolse in un tovagliolino di carta e lo infilò nella microscopica borsa Gucci. Poi un altro. Poi un terzo. Un quarto. Movimenti precisi, fluidi: aveva esperienza. Fece finta di sistemarsi il foulard Hermès. Mi guardò come se fossi io quello pazzo.
Il barista tossì per attirare l’attenzione, con l’aria di uno che sa di non averne nessuna, visto che il circo era ormai partito e stavamo camminando verso il baratro. Con una vocina stridula: «Questo caffè arriva dal Guatemala, da una piccola cooperativa…». Cercava di mantenersi serio e composto mentre una delle influencer si era alzata e stava riprendendo se stessa con il telefono puntato contro lo specchio.
«Ragazzi, guardate che vibe!», urlò, facendo roteare la tazzina come se stesse benedicendo la sala
L’immagine sul suo schermo era un riflesso dentro un riflesso: lei, il telefono, i dolci, le luci sbagliate, uno stadio dello specchio esploso in centinaia di frammenti sparati alla velocità della luce in ogni direzione. «Questo momento è so special», continuava. «Cioè, sono obsessed con questo posto, sembra Parigi!».
Fuori, intanto, pioveva come a Jakarta e avevamo dovuto aprire la finestra perché nella stanza c’erano quarantacinque gradi.
Nessuno ascoltava il barista. Un incessante brusio di voci copriva la sua mentre mi guardava come per dire: «che cazzo faccio ora?». Ognuna delle influencer scattava foto, si faceva selfie, camminava per la sala con un telefono in mano e una luce al neon puntata in volto; le sciure chiacchieravano e ridevano ad alta voce. Ero in mezzo a due mondi: uno avanti veloce, fatto di momenti brevissimi da scrollare; un altro impastato di valori antichi e desueti, che nascondevano insicurezze con un malcelato snobismo.
Mi disarcionai da quella banda di squilibrate e uscii sotto la pioggia, in silenzio. O almeno quella sottospecie di silenzio che riesco a raggiungere dal 27 gennaio 2024, da quando mi sono alzato alle due e mezza del mattino con un devastante acufene all’orecchio destro. Da allora ho una teiera pronta a esplodere nel cervello. Uiiiiiiiiiiiii fa il mio orecchio. Uiiiiiiiiiiiii rimbomba nel cervello.
Il fatto che mi ricordi in modo così ossessivo la data e l’ora di questo spiacevole incidente è dovuto al fatto che mi ha un po’ cambiato la vita, soprattutto il modo in cui mi intrattengo. Ora mi sento un pipistrello: seguo frequenze che mi guidano nella vita. Se prima non avevo alcun interesse o posizione politica sulla spesa al supermercato, ora quel luogo postmoderno mi sembra un paradiso dei rumori bianchi.
Banco latticini: uuuh, che piacere, si sintonizza perfettamente sulle frequenze del mio acufene. Banco affettati? Lasciatemi qui, il suono dell’affettatrice è nettare per le mie orecchie. Ronzio di frigoriferi ricolmi di lattine e bottiglie? Posso entrare e dormirci per venti minuti? No? E se lo chiedo per favore?
Se prima ero una mosca da gallerie d’arte, musei e biblioteche, ora ero il re del rumore bianco, marrone, rosa, qualunque. Avevo, all’inizio del problema, comprato una radiolina con ventotto preset di suoni che ascoltavo a letto per addormentarmi. Quello del temporale era diventato fin da subito il mio preferito in termini di gradimento, ma dovetti optare per un più casto “fuoco che scoppietta”, perché il temporale mi faceva correre in bagno.
Comunque, la sensazione piacevole da ASMR della pioggia sull’ombrello durò poco. Mi chiamò Li Mei per chiedermi di raggiungerla «ora, perché è scoppiato un casino e dobbiamo vederci». Li Mei aveva la mia età ed era stata la mia unica avventura quando sperimentavo col sesso da giovane. A tutt’oggi scopavamo quando eravamo entrambi single e tristi — in effetti molto meno spesso di quanto avremmo potuto, e forse dovuto, ma con grande coerenza emotiva. A me piacevano gli uomini, a lei le donne. Mi ripeteva da anni che non dovevo mai prendermi una cotta per lei perché «non sei bisessuale, sei un finocchio che ha avuto un’educazione troppo cattolica e quindi, di default, scappi dalle tue pulsioni».
Era anche la mia psichiatra, da cui mi facevo prescrivere blisterate di Tavor e Sertralina, da prendere per starci un po’ dentro. A volte, quando ero più stanco e più nervoso, l’intensità del mio acufene aumentava — o, verosimilmente, ero io a farci più caso. Mi ossessionavo fino a desiderare di spappolarmi il cervello con una Colt e, siccome non mi sembrava una buona idea, mi sedavo con il Tavor.
«Mio padre ha una…», mi disse Li Mei.
Suo padre era un signore arrivato da Hong Kong alla fine degli anni Novanta, che aveva aperto un bar di colazioni dim sum molto prima che Chinatown fosse di moda. «Molto, molto prima», ripeteva sempre con orgoglio.
«Sì, lo so. Tua madre», le risposi apposta.
«No, coglione. È una tizia che non so chi sia. Li ho visti insieme che si baciavano per strada. Hai capito? Per strada. Come due adolescenti».
Poi aggiunse, sorseggiando la sua lager: «Lo dico a mia madre? Li vedo entrambi per cena».
«Sei pazza? Non dire nulla».
Ora, io non so bene come funzioni nelle altre parti d’Italia — o addirittura del mondo — ma in Piemonte non si parla dei problemi a tavola. O, in generale, in casa. Tutti sanno tutto, nessuno dice niente, ed è obbligatorio traghettare la conversazione su qualunque altro argomento possibile per l’intera durata della cena.
Devi fare coming out ai tuoi genitori? Perché non intavolare un bel discorso su come cucinare la faraona. Mi raccomando: dettagliatissimo. Come pulire la pelle dalle eventuali piume, come marinarla all’arancia, quante arance esattamente, come spremerle, per quanto tempo cuocere il tutto. E come la servi?
Devi dire a tua moglie che hai un’amante? Hai visto la situazione in Brasile? Quanta deforestazione durante il governo Bolsonaro. Lula forse è meglio, no? Incredibile, eh. Già il polmone verde del mondo. E poi le tribù indigene che ci vivono ancora. Chissà quanti animali e insetti da scoprire. Parlare di problemi economici? Secondo te l’Intelligenza Artificiale arriverà ad un tale livello di sofisticazione che potremmo innamorarcene?
La regola in Piemonte è semplice: mai squadernare la propria vita con le persone a te più care. Per quello ci sono gli sconosciuti nei bar, che diamine.
Capitolo 4
Canto di Natale (parte 1)
Ho sempre invidiato i Natali delle famiglie americane dei film di Hollywood. Chi ne ha visti abbastanza — per lo più orribili e sconclusionati, ma nondimeno essenziali nel produrre una frustrazione duratura — sa che queste famiglie numerose si riuniscono attorno a grandi tavoli addobbati a festa, carichi di ogni possibile leccornia. Tacchini ripieni (come minimo di castagne e mirtilli), contorni curiosi come datteri avvolti nel bacon o cavoletti di Bruxelles misteriosamente saporiti, pasticci di patate dai colori affascinanti, casserole grondanti formaggi filanti e verdure indecifrabili, dolci complessi e decadenti, e soprattutto risate: tante, fragorose, sincere.
Nonostante mio fratello abbia sempre liquidato questa mia “sciocca” invidia con un lapidario: «Sì, Lorenzo, ma nei film la gente è simpatica, nella realtà no», io, ancora oggi, a quarant’anni suonati, continuo a fantasticare di luculliani pranzi festivi — potrei estendere il concetto anche a Capodanno e alla Befana, tanto è il desiderio. Anziani che raccontano storie, genitori affaccendati in cucina, figli e nipoti che chiacchierano o discutono attorno a giochi in scatola, in saloni addobbati come vetrine di Harrods.
Se da una parte esiste questo mio iperuranio natalizio e borghese, al quale — non senza vergogna — anelo, dall’altra c’è il Natale piemontese della mia famiglia. Alle tavolate di parenti presi bene hanno sempre fatto da contrappunto le mie due nonne, che per settantacinque anni non si sono quasi mai rivolte la parola. Una tabagista come un traslocatore romeno, l’altra immobile e muta come una sfinge. Una coi capelli fucsia, l’altra turchini. Una atea convinta, l’altra in perenne crisi mistica. Entrambe novantacinquenni.
Non litigavano mai, perché per litigare bisogna almeno riconoscere l’esistenza dell’altro. Si scambiavano solo silenzi ostinati e gesti minimi: una che apparecchiava lasciando deliberatamente scoperto il posto dell’altra; l’altra che spostava di due centimetri la sedia, giusto per non sedersi dove le era stato indicato. A Natale si sedevano ai capi opposti del tavolo e comunicavano esclusivamente attraverso terzi, come due stati in guerra fredda. Se una chiedeva il sale, l’altra lo passava al nipote più vicino, che lo faceva circolare come una reliquia. In settantacinque anni non si insultarono mai. Sarebbe stato un passo avanti.
Ai pranzi infiniti che iniziano a mezzogiorno e finiscono dopo cena, la mia famiglia ha fieramente opposto un pasto della durata di uno spuntino tra una riunione e l’altra: si comincia alle dodici e mezza, alle due è già caffè, tanto che guardiano la fioca che cade dalla finestra e ci facciamo un grappino. Ai menù sperimentali e multiculturali si è invece risposto con lo stesso identico elenco, immutato dal secondo dopoguerra — e che nessuno osi cambiare un ingrediente, non siamo mica pazzi. Salumi, insalata russa, cappelletti in brodo, faraona con mostarda e purè, formaggi e panettone genovese (quello milanese, così alto? Troppo volgare, ci crede un po’ troppo). E mentre nei film americani queste famiglie numerose se la ridono di gusto, nella mia regnava un silenzio pesantissimo per tutto il pranzo. Poche frasi superavano la selezione naturale: «Mi passeresti la formaggetta?», «Un bicchiere di Barbera, per favore», oppure, immancabile, «Mah, anche quest’anno è passato».
Tutto cambiò, però, l’anno in cui mia madre scivolò su una lastra di ghiaccio e si ruppe il polso — e la mano. Un disastro domestico che aprì una questione ben più grave: che facciamo a Natale? Nonostante la sua famigerata parsimonia biblica, io e mio fratello riuscimmo a convincere nostro padre a spingersi in un territorio fino ad allora confinato alla fantascienza più pura: andare al ristorante. Impensabile, indicibile e soprattutto inusuale, quel pranzo fuori casa venne vissuto come una rovina annunciata: spreco di denaro, tradimento, fine della tradizione natalizia così come l’avevamo sempre conosciuta. Le nonne non approvavano. Per le due settimane precedenti al pranzo scuotevano la testa, sconfitte da quel cambiamento innaturale. E poi cosa sarebbe venuto dopo? I musulmani al governo? Nipoti finocchi? Oh mè mè, che mondo.
Se la fine del mondo era così prossima, tanto valeva scegliere un ristorante che almeno si avvicinasse al menù di mia madre, così da tamponare il disastro di un pranzo di Natale consumato, per giunta, in mezzo ad altra gente “sconosciuta - ma basta là”. Optammo per un posto noto per aver fatto della tradizione il proprio cavallo di battaglia e, soprattutto, vicino a casa: l’obiettivo era essere di ritorno entro le due e dieci, già in salotto, a leggere in silenzio, con il solo ticchettio del pendolo a scandire i secondi per l'eternità. Le nonne a quei tempi erano entrambe acciaccate, una, la fata turchina, con un alzheimer galoppante e la tabagista incallita mezza cieca, con problemi di pressione e un blister per pastiglie da passeggio che non solo era diviso per giorni, ma addirittura per ore.
Chiaramente io e mio fratello iniziammo a scommettere su quale delle due nonne ci avrebbe lasciato le penne durante il pranzo di Natale, così per dare un po’ di brio ad un pranzo altrimenti noioso e ingessato. Nonostante i problemi mentali, capelli azzurri stava tutto sommato bene, mentre capelli rosa era una compilation di acciacchi, i bookmaker la davano per spacciata.
Aprimmo le danze con una bottiglia di spumante, che le nonne bevvero con gusto. Antipasti, primi, secondi, contorni e altre delicatezze si accumularono sul tavolo e furono divorati con una voracità da dopoguerra che le mie due nonne portavano sempre con sé, insieme alle borsette di coccodrillo. Mio fratello continuava a stappare bottiglie di Dolcetto per annaffiare un menù che era l’idea platonica di quello di mia madre e che, dunque, conoscevamo a memoria. Le guance iniziarono ad arrossire, i cardigan a sbottonarsi, le cravatte ad allentarsi. Il tutto avveniva in un silenzio quasi totale: eravamo pur sempre in mezzo ad altra gente, e chissà poi che cosa avrebbe potuto dire in giro.
Fu al momento del dolce che la nonna azzurra sbatté improvvisamente la faccia nel piatto. Collassata. Mia madre non capì nulla per almeno un minuto; mio padre, mezzo ubriaco, si muoveva alla velocità di un bradipo. Io e mio fratello ci alzammo di scatto per cercare di svegliare la Fata Turchina, mentre l’altra — cieca, intenta a sorseggiare spumante — senza battere ciglio commentò:
«Ah, be’. Meglio lei che me».
Ci fu un po’ di confusione al nostro tavolo — anche se nessuno degli altri clienti si accorse di nulla. Nonostante una nonna stesse letteralmente lasciandoci le penne, l’importante era che nessuno notasse niente, non vorrete mica creare una scena, né. A bassa voce, nostra madre — con il gesso dalle falangi della mano destra fino al gomito — si muoveva a scatti cercando di svegliare la nonna che, pallida come un cencio, respirava ma non apriva gli occhi. Nostro padre reclamava l’attenzione del cameriere in maniera goffa, con gli occhi lucidi dalla barbera. La nonna fucsia, imperterrita e assetata, continuava a bersi bicchieri di spumante che mio fratello le versava con la stessa ostinazione, guardandomi con gli occhi a mezz’asta.
Arrivò l’ambulanza dopo un’attesa che parve lunghissima. Il suono della sirena, smorzato ma comunque presente, sembrò eccessivo per una situazione che, fino a pochi minuti prima, avevamo fatto di tutto per rendere invisibile. Due paramedici entrarono con un’aria professionale e distratta, come se stessero interrompendo un pranzo qualsiasi — cosa che, in effetti, stavano facendo. Mentre sollevavano la nonna azzurra dalla sedia con una delicatezza sorprendente, qualcuno degli altri clienti finalmente si voltò. Sguardi rapidi, curiosi, subito ritirati. Nessuno disse nulla. Nessuno doveva dire nulla, con mia madre che seguiva questi medici con gli occhi sgranati. Il silenzio restava la vera tradizione piemontese da rispettare. La nonna fucsia osservava la scena con attenzione intermittente, un bicchiere di spumante ancora in mano, come se stesse seguendo una puntata particolarmente lenta di Forum. «Ma sì», commentò a bassa voce, «non sarà niente». La barella attraversò la sala tra i tavoli, sfiorando cappotti appesi e sedie spostate di qualche centimetro. Il ristorante tornò lentamente a respirare, come se nulla fosse accaduto. Noi no.
«Un’indigestione», dissero i medici. «Alla sua età, la signora dovrebbe mangiare un brodino con la pastina, non un menù da ristorante».
Mio padre riportò la diagnosi con un tono che significava chiaramente: ecco cosa succede quando a Natale si pranza fuori casa.
«Sono cinque anni che non fumo», aggiunse, «ma adesso una sigaretta mi farebbe piacere».
Se ne fumò mezza di nervoso, un tiro solo, e ovviamente svenne anche lui davanti al pronto soccorso per la pressione sanguigna sotto le scarpe. Mio fratello, con il suo consueto aplomb, mi guardò e disse:
«Vado a chiamare i medici».
Due familiari al pronto soccorso a Natale erano forse un po’ troppi. Appurato che sia la nonna sia papà stessero bene, decidemmo con nostra madre — sepolta sotto chili di senso di colpa cattolico, convinta che tutta quella trasgressione fosse colpa sua — di andare a bere un caffè al bar vicino all’ospedale, in attesa delle dimissioni e del rientro nei nostri immutati alloggi. Fu allora che mio fratello, sorseggiando il caffè, disse:
«Ci siamo dimenticati l’altra nonna al ristorante»
capitolo 5
Cali in a cup
Pur di scappare dai monolitici Natali piemontesi, per un po’ di anni decisi di passare le feste in India. Due settimane al caldo, a Bombay: una città che amo e che è tutto fuorché immobile. Fu durante una di queste visite che Mayur — marathi, ecco l’arcano — mi disse:
“Certo, ti ospito, dovrai conoscere la mia famiglia però. Quella dalla parte di mio padre, perché verranno a farci gli auguri di fine anno”.
Per un indiano questo significa parecchi parenti, tutti sposati, con mariti o mogli, seguiti da una lunga coda di figli, nipoti e cugini. Non contenti, nella cerchia familiare bisogna includere anche amici e vicini di casa: parte integrante di quella comunità di persone a cui fare regali durante le feste e a cui bisogna telefonare ogni fine settimana per assicurarsi che stiano bene.
“Ok, d’accordo”, mentii.
La prospettiva di incontrare parenti altrui mi terrorizzava. Tranne che per i miei e mio fratello, nella nostra famiglia non esistono zie e zii e, di conseguenza, nemmeno cugine o cugini; figurarsi gli amici di famiglia. Restano solo pochi parenti lontani, con cui ci si telefona una volta all’anno e ci si incontra a qualche funerale — perché altrimenti sarebbe da maleducati, balengo — e che, soprattutto, vivono distanti. “Distanti, distanti”, ripeteva sempre mio padre dopo ogni telefonata annua, con un tono di goduria nella voce.
Fu solo dopo qualche giorno, in preda a un jet lag snervante, che si decise di organizzare l’incontro con la ciurma, all’ora del tè di un mercoledì. La luce rosa del cielo di Bombay entrava nel salone dalle veneziane di legno, con le bouganville color pesca che proiettavano ombre colorate su un grande tavolo imbandito di ogni possibile delizia delle cucine del nord dell’India: toast al cheddar e peperoncini verdi, pane al latte con canditi e burro salato, noci e frutta secca di ogni tipo, khari biscuit, piccoli samosa vegetariani, tè al masala, frittelle di cavolfiore e piselli, vol-au-vent ripieni di pollo e formaggio, chaat croccanti ricoperti di chutney al coriandolo e menta o al tamarindo. Le pale dei ventilatori giravano piano, producendo un rumore bianco piacevole, che un po’ mi faceva venire sonno e che alternava il profumo del gelsomino all’odore dell’ inquinamento.
Con un notevole ritardo arrivò un plotone di zie vestite di sari luccicanti che, tecnicamente, se messi uno accanto all’altro avrebbero potuto formare la bandiera LGBT — anche se dubito l’avessero fatto apposta. Lunghe strisce di colori brillanti — turchesi accesi, viola melanzana, gialli zafferano, rosa corallo — avvolgevano donne anziane con orecchini scintillanti e braccialetti rumorosi che chincagliavano mentre mi davano leggeri buffetti sulle guance, come se avessi cinque anni:
“Namaste, good afternoon, hello”.
A seguire, una piccola falange di uomini, rigidi e imbarazzati dall’incontro con uno sconosciuto con bel “cosa ci fa questo qui?” stampato in faccia. Eppure, se è vero che la borghesia spesso annoia per l’articolata gerarchia di regole sociali che si auto impone, è anche vero che talvolta si lascia vincere dal gusto del pettegolezzo e dunque perché non andare a vedere la faccia di quel gay italiano in casa del cugino. Criniere argentate su colletti lunghi e appuntiti sotto doppiopetti caramello, occhiali da pentapartito — montature spesse di tartaruga miele o sottili d’oro squadrato con lenti leggermente azzurrine— dietro cui occhi d’ambra mi squadravano da testa a piedi con un misto di sospetto e curiosità.
Gelo. Nemmeno una mosca per aria, per i primi cinque minuti. Solo il ruminio dei bhakri croccanti pucciati nel tè al cardamomo e masticati con educazione.
“Dunque tu sei italiano”, disse uno zio con un abito marrone alfa romeo anni ‘70 e la camicia giallo chiaro banana, lisciandosi la barba dopo essersi schiarito la gola. “Paese lontano, eh”, continuò. “Anni fa ho comprato una fotocamera a Venezia e quando ho aperto la scatola c’erano pietre al suo posto” — come se io gliel’avessi venduta personalmente quel pomeriggio del 1988 a San Marco.
Le zie intanto, finita la radiografia di come mi ero vestito, iniziarono a parlare del più e del meno. “Benvenuto a Bombay, sei fortunato: in questo periodo è inverno, non fa tanto caldo ed è bello secco. Sapessi a giugno, quando piove: l’umidità la senti tutta. Ma tanto tu sei italiano, fa caldo anche da voi.” commentò una. “Io l’ho detto a mio marito, non voglio andare in Italia in vacanza d’estate, troppo caldo” come se vivessero in Lapponia durante il resto dell’anno.
Come spesso accade in ogni angolo del pianeta, il ponte tra culture è il lavoro. O meglio: è il tipo di lavoro che svolgiamo a dire chi siamo. Sei medico? Oh che bello, ho male qui, proprio qui, non è che mi potresti dare un’occhiata? Fai il commercialista? Ma per il 730 come faccio? L’avvocato? Mio cugino non vuole rifare il tetto che spetta a lui rifare, possiamo scrivergli una lettera? È questo, in fondo, quello che vuole la classe media: favori. Favori competenti, possibilmente gratuiti. Peccato che esistano persone che hanno scelto di studiare lettere e filosofia e che, di favori, non ne possono fare molti. A meno che qualcuno non voglia essere aiutato a redigere un paragrafo sugli indicali rigidi in Saul Kripke — cosa che, purtroppo, non capita così spesso come dovrebbe.
Una zia mi chiese cosa facessi nella vita. Quando dissi che scrivevo, tutti si irrigidirono. Non in modo ostile, ma come si fa davanti a qualcosa che non si riesce a collocare. Una di loro, inclinando la testa e con un sorriso immobile stampato sulle larghe guance paffute, mi chiese se scrivessi per hobby. Un’altra, piccola e occhialuta, se fosse una cosa che facevo anche, oltre al lavoro vero. Provai a dire che no, era proprio quello il lavoro. Ci fu una breve pausa, necessaria a riorganizzare le aspettative. Una zia domandò allora se almeno scrivessi di medicina, “tipo ricette mediche?”.
Si scambiarono sguardi rapidi, come a dire: dio santo, questo ma da dove arriva? Seguirono altri discorsi in hindi che non capii e poi tornarono all’attacco:
“L’Italia è molto bella”, disse una zia.
“Ma pericolosa”, aggiunse un’altra.
“Io ho visto in televisione”, disse una terza, “gente che ruba i portafogli a Firenze”.
“Bisogna stare attenti”, disse qualcuno.
“Soprattutto nei posti affollati”, disse uno zio.
“Con tutta quella gente”, aggiunse un altro.
“E poi siete molto rumorosi”, disse qualcun altro ancora.
“Sempre a parlare”, disse una zia dall’altra parte.
“Con le mani”, disse un’altra, muovendo le dita per spiegarsi meglio.
“Molto passionali”, concluse una quarta.
“Nessuno va a lavorare prima delle undici, è vero?”, chiosò un cugino.
Dopo l’interrogatorio — che sembrava più una ricerca di certezze che un vero interesse per la mia persona — gli uomini erano ormai completamente disinteressati alla mia storia, tanto da mettersi a parlare di cricket. Le donne, invece, parevano essersi un po’ addolcite, forse sfinite dai miei sorrisi a sessanta denti. Dopo avermi radiografato a sufficienza, sembravano essersi acclimatate alla mia presenza. Tant’è che, mentre chiacchieravano tra loro in hindi, una di loro si mise accanto a me.
“Stanno parlando dei cento templi che la nipote della vicina ha visitato”, mi spiegò con naturalezza, per poi aggiungere qualche dettaglio sulla religione. “Mio marito era musulmano”, disse aggiustandosi un braccialetto a forma di pavone. “Mi diceva sempre che noi hindu abbiamo troppe divinità. Sai, loro sono un po’ estremi con le iconografie.” Sorrise appena.
A salvarci venne Almitra, una cugina di Mayur, che ci prelevò con decisione.
“Stasera vado al Polo Club”, disse. “Vi andrebbe di venire con me?”
I saluti con i parenti durarono più o meno quanto l’incontro stesso — e in questo, davvero, non erano molto diversi dagli italiani. Quando vivevo a Londra rimanevo sempre spaventato dal modo in cui i nordici salutano, cioè come farebbero delle persone sane di mente: ci si saluta e ci si allontana. In Italia, invece, il saluto segna l’inizio del processo di allontanamento e può durare svariati minuti, con continui ritorni, aggiunte, raccomandazioni e ultime cose fondamentali da dirsi.
Quella sera il club sembrava uscito da un romanzo inglese ritrovato in un baule di teak. Un grande prato verde, rasato con una cura si apriva davanti a una costruzione color avorio, con portici ombrosi e finestre alte. Pale di legno muovevano l’aria con lentezza rituale, più per ricordare che lì dentro si respirava benessere che per rinfrescare davvero. Lampioni di ferro battuto punteggiavano i vialetti di ghiaia, pronti a illuminare la sera con una luce gentile e arancione. Il club sembrava amare moltissimo l’Inghilterra. La amava nei dettagli: nei nomi delle sale, nei ritratti di uomini baffuti appesi alle pareti, nei regolamenti scritti in un inglese così perfetto da risultare quasi nostalgico. Gli inglesi avevano fatto all’India cose indicibili, ma lì dentro erano ricordati come vecchi zii un po’ severi che, in fondo, avevano portato ordine a un paese altrimenti perso in se stesso.
Almitra ci introdusse alla cerchia dei suoi amici, giovani professionisti della Bombay bene, intenti in una conversazione fumosa.
“Secondo me la miglior prima classe è quella della Virgin”, disse una ragazza elegante, con capelli lunghissimi.
“Non è tecnicamente una prima classe,” precisò il fidanzato, ricci folti e pelle di seta, “hanno solo economica e business. Però sì, è splendida. C’è un bancone bar in mezzo all’aereo.”
“Io spero che Delta cambi gli aerei,” intervenne una ragazza in tenuta da tennis di Gucci. “Sono datati. E in prima classe sei troppo vicino agli altri passeggeri. Mi urta.”risero. “Su Lufthansa ho mangiato così male che non volerò mai più, a meno che non mi puntino una pistola in testa" raccontò un ragazzo con un fisico asciutto da giocatore di cricket.
Si accorsero della mia presenza solo quando Almitra mi presentò. Non sembrarono particolarmente interessati, parevo invisibile ai loro occhi. Continuarono parlando poi di case, che in realtà significava parlare di persone. Non di dove abitavano, ma di quante ne servivano per farle funzionare. “Noi ormai siamo scesi a tre,” disse qualcuno con un sospiro, come se stesse parlando di una dieta forzata. “Con i bambini è impossibile averne meno di due,” rispose un altro, serio. Una ragazza intervenne per chiarire che in città era diventato tutto molto complicato, che fuori costavano meno e soprattutto restavano più a lungo. “Noi siamo fortunati,” aggiunse, “la nostra ragazza è con noi da dieci anni, è come una di famiglia.” Mentre lo diceva, un uomo in giacca bianca le si avvicinò alle spalle per sistemarle distrattamente la sedia; lei continuò a parlare senza voltarsi. Un altro servì alcuni snack che avrei voluto divorare, ma mi parse che avere fame fosse da poveri, visto con quale parsimonia si nutrivano. Mi chiesero infine cosa facessi con l’aria di chi spera in una risposta riconoscibile. Quando dissi che scrivevo, uno sorrise educatamente e disse che adorava l’Italia, ma solo per le vacanze. Un altro mi chiese se non avessi paura a vivere in un paese così caotico. Qualcuno fece una battuta sulle mani che si muovono troppo quando parliamo. Risero piano, come si ride tra persone perbene. Io annuii. Nessuno sembrava particolarmente preoccupato che tutto quel decoro fosse stato costruito da gente che, un secolo prima, aveva saccheggiato il paese con identica compostezza.
Capitolo 6
Cuore di Rita Pavone
“Fammi una birra, e sbrigati”. Con la punta del dito sottile batteva sul logo della Neck Oil. Un’occhiata nervosa al Rolex penzolante sul polso sottile, e una lisciata alla cravatta blu “Dai che ho la bocca asciutta”. Con l’indice e il pollice si puliva le tracce di cocaina intorno alla narice destra per poi finire la prima birra in un colpo solo. Le spalle larghe di chi ha fatto canottaggio, probabilmente ad Oxford, a giudicare dall’accento da manuale, la pelle bianca come il latte. “Da dove vieni?” chiedeva a Giacomo mentre masticava un pad thai amaro come la novalgina, “Sono Italiano”. “Ahh Berlusconi Bunga Bunga. Non c’erano lavori dalle tue parti? Che sei venuto a fare qui, Luigi? Avete finito la pasta dalle tue parti?”
“La tua arroganza protestante te la puoi infilare nel culo, banchiere di merda, fottetevi te e la regina” gli ripeteva con occhi sgranati la manager di Giacomo. “La tua arroganza protestante” ma che cazzo vuol dire tra l’altro?” Si erano conosciuti durante le Olimpiadi di Londra, quando lavoravano entrambi in un ristorante nel villaggio olimpico, pagati pochissimo e sfruttati da un manager cinese che si giocava le loro mance al casinò. Alina era una donna piatta, quasi bidimensionale, come monotono era il suo taglio di capelli. “Perchè te la prendi con gli stronzi? Cresci. Sai che sarò costretta a licenziarti se vai avanti così” diceva lei con quel suo tono pitchato da Bollywood anni 50: “Il cliente ha sempre ragione non è difficile capirlo” puntando una bacchetta di bamboo su di una targa di plastica sulla porta dell’ufficio. “Non è che ce l’ho con quello, anche se era un bello stronzo in effetti” rispondeva Giacomo “è che sono stufo di avere a che fare con gente più stupida di me, ma con lavori pagati troppo per quel che sono” con tono da finte scuse, come se fosse ovvio. “Così vanno le cose. Non ti è servita la lezione che abbiamo imparato al Villaggio Olimpico? Ti ricordi quanta gente col grano abbiamo servito e come ci trattavano?” come per sgridarlo. Quella repressa scintilla di lotta di classe era troppo per Giacomo, sebbene considerasse Alina come una pavida buona solo allo shopping online sul divano, decerebrata da reality show sulle torte, questo comportamento remissivo verso il mondo era troppo: ‘Bisogna cambiare le cose che non vanno bene!” ci credeva quasi, si sentiva Harvey Milk a San Francisco “Fanculo a te, a sta compagnia di merda e a tutti i biondini della city coi loro MBA del cazzo”, battendo un pugno contro il tavolo.
Disoccupato, camminava per Kingsland Road, stufo di servire gente ricca e strafottente che per vivere riempiva pagine di Excel e il cui unico obiettivo era quello di incrementare il guadagno di qualcun altro. Si ripeteva questo come mantra, per cosa poi? Cercava di sentirsi meglio, di tirarsi su di morale con pietose autocommiserazioni tipo Io non sono come loro, io sono meglio, ma in fondo era un poveraccio. "Perché te ne sei andato via dall’Italia? A fare cosa?” gli chiedeva sempre l'ex collega Vaseli, un russo forte come un toro che era scappato da alcolismo e povertà: “Da cosa sei fuggito piccolo italienski?” mentre gli accarezzava la testa nel bagno del personale del ristorante. Giacomo non lo sapeva. Pensava, da vero provinciale, che all’estero le cose andassero meglio. Niente di più falso, era la solita merda, solo in un’altra lingua.
I taxi passavano uno dietro l’altro, come mosche nere in coda, mentre ragazze ubriache camminavano per Kingsland road, scalze, con le grasse cosce arrossate, e uomini con tatuaggi sul collo e sulle mani cagnavano l’un con l’altro. La spazzatura ricopriva la strada per ogni centimetro di quel miglio e mezzo che Giacomo percorreva per tornare a casa. Pacchetti di sigarette schiacciati, bottiglie rotte, scatole con il logo di Amazon aperte, biciclette dai copertoni sgonfi, copie marce dell’Evening Standard, preservativi usati, bicchieri e cannucce di plastica, scarpe spaiate. Londra era disseminata di cibo per le sue strada sporche: piccoli pezzi di patatine masticate, foglie di insalata calpestate, cipolle marroni dei Kebab, cetrioli avvizziti del McDonald, fette di pizza con troppi condimenti, felafel sbriciolati, guacamole sciolti, ossa di pollo rosicchiate. Questo doveva essere il secolo del futuro, del sesso libero e invece era il secolo del cibo. Nell’aria un perenne odore di pollo fritto, di dolci unti, una città ristorante era diventata la capitale inglese. Le gallerie d’arte, le librerie, i negozi di dischi avevano chiuso per far spazio a bar, ristoranti, take away, food market. Alla televisione solo programmi di cibo, gente che mangiava, cucinava e parlava di cibo come se parlasse di sesso. Aggettivi senza gusto si sprecavano a caso. Ecco che una barretta di cioccolato del supermercato diventava “indulgente”, una normalissima mela diventava “favolosa”, una fetta di carne “avvolgente”. Perchè? Che la gente sublimasse la mancanza di sesso con torte? Perché erano tutti così ossessionati dal cibo? Che questa ossessione mascherasse una profonda crisi, come se mangiare, continuare ad ingozzarsi significasse urlare al mondo di essere vivi?
Stanco di quel odore dolciastro della spazzatura, era salito sul 149. Gli piacevano i bus a Londra, specialmente quando aveva bevuto la notte. Si sedeva in fondo e ascoltava quella musica ambient che era la gente che si tagliava le unghie (impressionante il numero di persone che si tagliavano le unghie nei mezzi di trasporto londinesi), mangiava kebab, parlava al telefono, litigava con l’autista, guardava video su youtube, mandava email. Londra dall’alto del double decker era un formicaio su cui i bus, come maggiolini, planavano. Si vedevano scolaresche in divisa che sembravano stormi di uccelli con in mano confezioni di patatine fritte, humus e ali di pollo piccanti, c’erano spesso sbronzi che litigavano per le sigarette, sciure con il carrellino per la spesa, coppie che limonavano. C’era chi andava e tornava dal lavoro, con quello sguardo stanco del londinese, in bilico tra l'andarsene e il rimanerci per sempre.
Niente di romantico quella sera, alla sua sinistra solo una coppia che litigava: “Tu non capisci, urti i miei sentimenti. Mi manchi di rispetto” diceva una ragazza dalla pelle arancione rivolgendosi ad un uomo muscoloso infilato dentro tuta strettissima che sembrava comprata nel reparto bambini di un negozio: “Dai baby, sai che non voglio ” Parlavano di emozioni come se recitassero in un reality, come se i pensieri scivolassero dal cervello alla lingua e per non farli cadere li pronunciassero senza capirne davvero il senso. Era tutto un affetti qui, sentimenti là, un pot pourri di stati d’animo, rispetto (parola gettonatissima), amare-se-stessi (molto usata), rutti (avevano bevuto parecchio), ti amo (in pole position insieme a vaffanculo). Che Giacomo fosse finito dentro un reality? Come facevano ad avere tutti quei sentimenti? E come facevano ad avere tutte quelle parole per esprimerli?
“Toh, fatti una botta che sei antipatico quando sei sobrio” smascellava Georgios, il suo coinquilino, cercando di infilargli la punta della chiave nella narice destra: “No, non mi va, poi mi prende male, sono appena stato licenziato” piagnucolava Giacomo. Georgios faceva la marchetta e pagava l’affitto grazie ad alcuni clienti fissi, che raccattava tramite un’inserzione su Craiglist e su Grindr: “l’altro giorno mi sono venuti a prendere con un’automobile guidata da un autista” sculacciandosi una chiappa. Gli occhi grandi, ingigantiti dalla droga e i boccoli neri arruffati sulla fronte gli conferivano un’aria da kawaii tossica vagamente new-romantic. Ad Atene faceva l’attore, ma si era sfondato di n “per fare l’attore bisogna essere stupidi, e credere in se stessi, ho preferito di gran lunga drogarmi” ripeteva sempre quando qualcuno gli chiedeva del suo passato. “In questa città i soldi servono per non essere homeless” sbraitava ordinando da bere: “è tutto troppo caro, non possiamo permetterci di vivere in case decenti. Né io né te avremo mai un lavoro, dobbiamo adattarci e fare qualcosa che almeno non ci renda dei barboni. Sai quanta gente perde la casa ogni anno qui? è una follia”
Nel club c’era un’aria malsana. Sebbene all’entrata giganteggiasse un cartello che invitava all’educazione e al rispetto e vietava categoricamente ogni forma di discriminazione di genere, di razza, e ovviamente sessuale, Giacomo percepiva un’isteria nell’aria che lo rendeva elettrico: “mi faccio un giro” aveva detto all’amico intento a parlare con un gruppo di ragazzi magrissimi e depressi. Non riusciva a trovare un modo di comunicare con la gente intorno a lui, si sentiva fuori luogo. Era lui ad essere invecchiato, a non avere più vent’anni o cosa? Eppure c’erano persone anche della sua età, che poi avevano trent’anni, non seicento. La sensazione di essere un pesce fuor d’acqua in quel club lo abbatteva, non sapeva cosa dire. Era un outsider tra gli outsider, oppure, la cultura queer aveva fatto il salto di classe ed era diventata mainstream, svuotandosi di ogni inclusività? Si sentiva diverso. Molti dei discorsi che sapeva rappresentassero il background intellettuale di quei ragazzi, sui pronomi di genere e sul corpo come entità politica, lo stimolavano intellettualmente, certo. Egli comprendeva l’importanza della lotta semantica della comunità queer, ma nella pratica questo si risolveva in ventenni incazzati ed isterici, lasciandogli un amaro in bocca. A lui, piccolo borghese di provincia, piaceva vedere dei ventenni così liberi ed emancipati, ma perché dunque erano così incazzati? Beati loro, cresciuti in una città multietnica, in cui le mode si creavano e non si copiavano. Beati loro che potevano esprimersi, frequentare locali, avere lavori nei quali non dovevano in nessun modo nascondersi. Molti di loro lavoravano nella fotografia, nell’arte contemporanea, nell’editoria, nella musica, all’ICA, alla TATE, alla Cheansale, alla Whitechapel, al Barbican. Eppure erano isterici, sembrava quasi che aspettassero di far polemica. E se fossero stati incazzati perché in un sistema che sì li accettava, ma che aveva di fatto cancellato la loro libertà di essere umani prima che essere omosessuali? Erano stati ridotti a quello che scopavano
“Eppure sono tutti sempre incazzati con tutti, non capisco perché" urlava Giacomo a Georgios che lo guardava senza ascoltare con le pupille dilatate: “Che palle che sei, andiamo a ballare, vieni”. Al piano di sotto un dj suonava garage: “toh tieni” disse Georgios infilandogli un quadratino di LSD in bocca.
Si era svegliato sotto un ventilatore a pale che girava in silenzio, rinfrescandogli il volto, altrimenti sudacchiato dalla nausea. Fette di luce arancione passavano tra i buchi delle veneziane, l’odore di qualcosa di chimico, di tabacco e di alcol gli faceva girare la testa, che si era trasformata in una specie di acquario secco. Aveva bisogno di riempirlo immediatamente con dell’acqua potabile, facendo attenzione a non svegliare la schiena che respirava regolarmente alla sua destra. Con la mano sinistra aveva inforcato gli occhiali da vista. Come luci nell’autostrada di notte, scie rosse rapidissime, i ricordi gli sfrecciavano in mente. Si ricordava di essere in pista con Georgios, che c’era un pezzo di Todd Terje, e che lui si sentiva la musica: le ossa erano xilofoni, le braccia erano trombe, la pancia un synth, le dita una batteria, coscienza espansa nel dancefloor. Poi blackout.
In un bagno non suo, piccolo e con la luce al neon, beveva acqua dal rubinetto e si sentiva vomitare. Doveva uscire di lì, sebbene non sapesse chi fosse quello nel letto e dove cazzo fosse finito. Quella schiena non accennava a svegliarsi sebbene lui fosse cascato per terra mentre cercava di infilarsi i jeans e le adidas. Telefono (scarico), portafoglio (vuoto), occhiali, cappello, giacca, via, meglio filare. Era in una warehouse in Hackney Wick, come cazzo c’era finito? Un altro ricordo: mangiava un kebab da solo e faceva gli occhi dolci al turco dietro il bancone. Era sicuramente più umile e più simpatico di tutti quei ragazzi incazzati che lavoravano nell’arte contemporanea. Che fosse il kebabbaro? Magari, che boni i kebabbari di Londra.
Mentre camminava intorno al canale, nella nebbia bagnata e calda di un inverno tropicale londinese, tremava. La sensazione era quella di avere i polmoni asciutti e striminziti, coralli bruciati entro cui l’ossigeno non poteva più passare. Gli era venuto in mente che dopo il kebab aveva chiamato un taxi, e ricordava occhi verdi che lo scrutavano con aria severa. Forse a causa di un’educazione molto all’antica preferiva di solito avere incontri sessuali con rappresentanti di una mascolinità quasi didascalica (muratori, autisti, sportivi, uniformi) piuttosto che con gli isterici ragazzi del club della sera prima. Che quella schiena fosse stato il tassista? Un altro flash, fumava una canna con un ragazzo pakistano ridendo e facendo il dito medio ai palazzi delle banche e urlando “banchieri di merda!”, poi limonavano dentro un taxi nero, come due ragazzini.
Sdraiato su di una panchina sul Regent Canal, con le mani strette tra le ginocchia, fissava l’orribile stadio di Stratford perdendo saliva dalla bocca. Anni prima, quando si era trasferito a Londra, in quella zona lì veniva a fare i rave tra fabbriche abbandonate, studi d’arte, qualche squat e un’immensa discarica di frigoriferi. Poi le Olimpiadi erano arrivate, trasformando una discarica in Cozy flats with stunning views da mezzo milione di sterline l’uno. I simboli di questa gentrificazione selvaggia erano uno stadio orribile e un centro commerciale nel quale Giacomo aveva lavorato anni prima. Costruito su quella che era una palude, il centro commerciale giganteggiava come un monolite alieno in una pianura arrugginita, come se fosse piombato dal pianeta convenienza, per dare un’aria di lusso a esistenza altrimenti squallide. La sua, una di quelle. Coricato su di quella panchina gli venivano in mente le infinite ore passate al centro commerciale, a lavorare per capi senza scrupoli, per un sistema, quello delle Olimpiadi, che con la scusa di ribonificare aree, produceva rifiuti morali. Ricordava la distesa infinita di bidoni che viveva sotto il centro commerciale - come un piano su cui poggiava il mondo contemporaneo. Ai tempi, era lui l’incaricato di buttare la spazzatura ogni notte a fine servizio, come ognuno dei 100 ristoranti e dei 250 negozi faceva all’intento del centro commerciale. Trascinava sacchi di cibo e plastica per un ascensore scassato, costruito male, ad un piano -2, dove un mare di pattume maleodorante lo aspettava. Era quello il prezzo da pagare per essere liberi di comprare dunque?
Si era sentito chiamare da una voce che a lui sembrava arrivasse da un’altra dimensione, tanto la sentiva ovattata: “Giacomo, Giacomo perché sei scappato da casa mia?”. “Non so, non mi sentivo bene” mentendo, non aveva idea di chi fosse quel ragazzo, e come fosse finito a casa sua. “Mangiamo una cosa qui al baretto?” indicando un bar a caso. “Va bene, tanto a stare orizzontali su di una panchina non aiuterebbe il mio hangover” allungando una mano.